Intervista a Sarvari Ferraris

24.03.2026

Dalla fiction al docufilm

Docufilm diretto da Walter Garibaldi

"L'abito e l'anima" è un progetto che indaga il rapporto tra ciò che mostriamo e ciò che siamo.

Attraverso storie autentiche, il racconto mette in luce come l'abito diventi un linguaggio capace

di esprimere identità, emozioni e percorsi di vita. Guidato da Reyson Grumelli e Tania La Gatta,

il viaggio conduce oltre l'apparenza, alla scoperta dell'anima.

Intervista a Sarvari Ferraris – il volto giovane del cinema

Chi è Sarvari Ferraris e come nasce il tuo percorso nel cinema ?

Sarvari Ferraris è un'attrice italiana di origini indiane, una persona molto semplice che trova

felicità nei piccoli piaceri quotidiani. Fin da bambina ho sempre amato recitare: era un gioco, un modo per esprimermi, che col tempo è diventato qualcosa di molto più serio, fino a trasformarsi nel mio obiettivo professionale. Il mio amore per il cinema nasce in famiglia: i miei genitori sono grandi appassionati e sono stati loro a introdurmi a questo mondo, facendomi crescere tra film e storie. Da lì è nata una curiosità sempre più forte, che mi ha portata a voler essere non solo spettatrice, ma parte attiva di questo universo. Così ho deciso di intraprendere un percorso concreto, frequentando scuole di recitazione e iniziando a costruire la mia strada.

Le tue origini tra India e Italia quanto influenzano il tuo modo di recitare ?

Sicuramente le mie origini influenzano molto i ruoli che mi vengono proposti: spesso mi capita di interpretare personaggi legati a storie di migrazione, come la ragazza straniera che arriva in Italia e si confronta con nuove culture e lingue. Per quanto riguarda il mio modo di recitare, però, non credo che le mie origini lo condizionino direttamente. Piuttosto, rappresentano una risorsa: mi danno la possibilità di portare sullo schermo qualcosa di autentico e, allo stesso tempo, di trasmettere anche un messaggio più ampio. Attraverso la recitazione mi interessa raccontare temi come l'integrazione, l'identità e la realtà dei ragazzi di seconda generazione, dando voce a storie che meritano di essere viste e riconosciute.

In che modo scegli i ruoli che interpreti ?

Mi piace molto spaziare: credo che ogni personaggio abbia qualcosa di interessante da raccontare, e proprio per questo vale sempre la pena provare a dargli un corpo e una voce. Spesso sono attratta anche da ruoli molto lontani da me, perché rappresentano una sfida stimolante e mi permettono di crescere sia artisticamente che personalmente. Allo stesso tempo, mi interessa che i personaggi abbiano anche un sottotesto, qualcosa che vada oltre la storia in sé. Mi piace quando attraverso un ruolo si possono toccare temi importanti, come l'integrazione, l'uguaglianza o la libertà di espressione della propria identità e sessualità.

Quanto c'è di te nei personaggi che porti sullo schermo ?

Dipende molto dal personaggio che interpreto. Cerco sempre di metterci qualcosa di mio: anche quando il ruolo è lontano da me, sento il bisogno di trovare un punto di contatto personale. Può essere qualcosa di molto sottile — la voce, uno sguardo, un gesto — piccoli dettagli che appartengono a me, ma che diventano coerenti anche con il personaggio. Credo che sia proprio questo a rendere ogni interpretazione autentica: un equilibrio tra ciò che il personaggio richiede e ciò che, inevitabilmente, porto con me.

• Come vivi il rapporto tra immagine esteriore e identità interiore nel tuo

lavoro ?

È un rapporto particolare, in continua evoluzione. Ho la sensazione che la mia immagine esteriore rifletta spesso ciò che sto vivendo interiormente, e questo si intreccia inevitabilmente anche con i personaggi che interpreto. Mi capita, ad esempio, che quando lavoro su un ruolo, questo influenzi anche il mio modo di vestire o di presentarmi: se interpreto una ragazza liceale, tendo spontaneamente ad avvicinarmi a uno stile più adolescenziale; se invece affronto un personaggio legato a un immaginario più etnico o culturale, mi ritrovo attratta da colori e scelte diverse. Forse proprio per questo sento di non avere un'unica identità rigida, ma tante sfumature. La mia identità è qualcosa di versatile, che cambia, si adatta e si arricchisce attraverso ogni personaggio che incontro.

• L'abito quanto è importante nella costruzione di un personaggio ?

L'abito è fondamentale. È la prima cosa che percepiamo quando guardiamo una persona, ancora prima di soffermarci sui dettagli del viso o della fisicità. Attraverso il vestiario si può raccontare tantissimo di un personaggio senza bisogno di parole o spiegazioni. Me ne accorgo anche nel lavoro pratico, ad esempio nei self tape: a seconda del ruolo, cambio sempre il modo di vestire o anche solo il modo di indossare un capo. Una camicia portata in modo morbido, magari annodata, può trasmettere subito un'energia più giovane e spontanea; la stessa camicia, indossata in modo più formale, comunica invece rigidità o controllo. Anche i colori hanno un ruolo importante, perché contribuiscono a definire il mood del personaggio. In questo senso, l'abito diventa uno strumento narrativo potentissimo, capace di costruire identità e atmosfera ancora prima che il personaggio parli.

• Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato finora ?

Sicuramente trasferirmi a Roma. Ho avuto la fortuna di muovermi molto fin da piccola, vivendo anche in città come Parigi e Barcellona, ma erano sempre scelte legate al lavoro dei miei genitori. Trasferirmi a Roma, invece, è stata la prima decisione completamente mia. Cambiare casa, città, abitudini e costruirmi una nuova quotidianità è stata una sfida importante, soprattutto perché, per la prima volta, la responsabilità era interamente nelle mie mani. Sono molto felice di questa scelta: Roma è una città che mi affascina e in cui mi sento bene. Ma è anche una sfida continua, che mi sta facendo crescere tanto, sia a livello personale che professionale.

• Dove ti immagini nel futuro del cinema ?

Mi immagino in un percorso in cui posso continuare a regalare emozioni autentiche, proprio come hanno fatto con me i grandi artisti che mi hanno ispirata. Credo che quando il pubblico si affeziona a un personaggio, in qualche modo si crei anche un legame più profondo, che va oltre lo schermo. Mi piacerebbe prendere parte a progetti importanti, ma soprattutto a storie che abbiano qualcosa da dire. Film che portino un messaggio, a cui io possa contribuire prestando il mio corpo, la mia voce e la mia sensibilità

• Che messaggio vuoi lasciare a chi sogna di entrare in questo mondo ?

Di non mollare mai. È un mondo pieno di sfide, non solo esterne ma anche interiori: ci si mette continuamente in discussione, ci si chiede se sia davvero la strada giusta. E la verità è che spesso una risposta definitiva non arriva. Quello che succede, però, è che a un certo punto vi ritrovate a farlo, quasi senza accorgervene. E vedere un progetto finito, qualcosa a cui avete dato voi stessi, è una delle soddisfazioni più grandi. Per questo è fondamentale crederci fino in fondo: siamo i primi sostenitori di noi stessi. Investire su di sé significa, inevitabilmente, investire anche sul proprio lavoro.

Articolo di Walter Correnti

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